“Tu non riuscivi a credere che ero più della tua eco”…”Non si ama chi è morto”… Alcune variazioni sul mito di Orfeo e Euridice con testi da Margaret Atwood, Cesare Pavese e Italo Calvino, un balletto e un film

Orfeo (1)

tu camminavi davanti a me
mi trascinavi di nuovo fuori
alla luce verde che un giorno
aveva messo zanne per uccidermi.

io ero obbediente, ma
torpida, come un braccio
indolenzito; ritornare al tempo
non era mia scelta.

ormai abituata al silenzio
come una cosa tesa tra noi
un sussurro, una fune:
il mio nome precedente,
ben tirato.
tu avevi le tue vecchie catene
con te, amore potresti chiamarle,
e la tua voce di carne
davanti agli occhi tenevi fissa
l’immagine di come volevi
mutarmi: viva di nuovo.
era quella tua speranza che mi spingeva a seguirti.

io ero la tua allucinazione, in ascolto
e fiorita, e tu mi cantavi:
già nuova pelle si stava formando su di me
dentro il luminoso sudario di nebbia
dell’altro mio corpo; già
si riformava polvere sulle mie mani e avevo sete.

io riuscivo a distinguere solo i contorni
della tua testa e delle spalle,
nere contro la bocca della caverna,
quindi non ho potuto vedere affatto
il tuo viso, quando ti sei voltato

e mi hai chiamato perché già mi avevi
perduta. ultima cosa
di te, un ovale scuro.
pur sapendo quanto ti avrebbe ferito
questo fallimento, ho dovuto
chiudermi come falena grigia e cadere.

tu non riuscivi a credere che ero più della tua eco.

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

Margaret Atwood (Ottawa, 18 novembre 1939), poetessa, scrittrice e ambientalista canadese.

***

Orpheus (1)

you walked in front of me,
pulling me back out
to the green light that had once
grown fangs and killed me.

i was obedient, but
numb, like an arm
gone to sleep; the return
to time was not my choice.

by then i was used to silence.
through something stretched between us
like a whisper, like a rope:
my former name,
drawn tight.
you had your old leash
with you, love you might call it,
and your flesh voice.
before your eyes you held steady
the image of what you wanted
me to become: living again.
it was this hope of yours that kept me following.

i was your hallucination, listening
and floral, and you were singing me:
already new skin was forming on me
within the luminous misty shroud
of my other body; already
there was dirt on my hands and i was thirsty.

i could see only the outline
of your head and shoulders,
black against the cave mouth,
and so could not see your face
at all, when you turned

and called to me because you had
already lost me. the last
i saw of you was a dark oval.
though i knew how this failure
would hurt you, i had to
fold like a grey moth and let go.

you could not believe i was more than your echo.

Margaret Atwood

from Selected Poems II: 1976-1986

***

Cesare Pavese, L’inconsolabile, dai Dialoghi con Leucò (1947)

Il sesso, l’ebbrezza e il sangue richiamarono sempre il mondo sotterraneo e promisero a più d’uno beatitudini ctonie. Ma il tracio Orfeo, cantore, viandante nell’Ade e vittima lacerata come lo stesso Dionisio, valse di più.

(Parlano Orfeo e Bacca)

ORFEO: È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

BACCA: Strane parole, Orfeo. Quasi non posso crederci. Qui si diceva ch’eri caro agli dèi e alle muse. Molte di noi ti seguono perché ti sanno innamorato e infelice. Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è stata tua colpa se il destino ti ha tradito.

ORFEO: Che c’entra il destino. Il mio destino non tradisce. Ridicolo che dopo quel viaggio, dopo aver visto in faccia il nulla, io mi voltassi per errore o per capriccio.

BACCA: Qui si dice che fu per amore.

ORFEO: Non si ama chi è morto.

[…]

***

Italo Calvino, L’altra Euridice da Tutte le cosmicomiche

[…]

Contro questo muro sonoro la lava si fermò. Trafitto dalle spine del reticolato di vibrazioni strepitanti, io feci ancora un movimento avanti verso il punto dove per un istante avevo visto Euridice, ma lei era sparita, sparito il suo rapitore: il canto da cui e di cui vivevano era sommerso dall’irruzione della valanga del rumore, non riuscivo più a distinguere lei né il suo canto.
Mi ritirai, muovendomi a ritroso nella colata di lava, risalii le pendici del vulcano, tornai ad abitare il silenzio, a seppellirmi.
Ora, voi che vivete fuori, ditemi, se per caso vi accada di cogliere nella fitta pasta di suoni che vi circonda il canto di Euridice, il canto che la tiene prigioniera ed è a sua volta prigioniero del non-canto che massacra tutti i canti, se riuscite a riconoscere la voce di Euridice in cui risuona ancora l’eco lontana della musica silenziosa degli elementi, ditemelo, datemi notizie di lei, voi extraterrestri, voi provvisoriamente vincitori, perché io possa riprendere i miei piani per riportare Euridice al centro della vita terrestre, per ristabilire il regno degli dei del dentro, degli dei che abitano lo spessore denso delle cose, ora che gli dei del fuori e dell’ aria rarefatta vi hanno dato tutto quello che potevano dare, ed è chiaro che non basta.

***

Un film: Pelle di serpente (The Fugitive Kind, 1959), regia Sidney Lumet, con Marlon Brando e Anna Magnani, tratto dal dramma di Tennessee Williams,  Orpheus Descending.

 

 

Orphee et Eurydice by Pina Bausch (Christoph Willibald Gluck, composer)

 

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