“È il mio sembiante che la luna mi mostra. Tu sosia! Tu cereo compagno!”…Il tema del doppio e il Lied “Der Doppelgänger” tra Schubert e Heine (con due versioni italiane, originale tedesco, versione inglese e musicale, un racconto, due film e un fumetto)

Quieta è la notte, riposano le vie,
In questa casa abitava il mio tesoro;
Da lungo tempo ella ha lasciato la città,
Eppur la casa sta allo stesso posto.

C’è pure una persona e fissa in alto,
E torce le mani, per violento dolore;
Io provo orrore, quando ne scorgo il volto –
È il mio sembiante che la luna mi mostra.

Tu sosia! Tu cereo compagno!
Che ti scimmiotti a fare il mio cruccio d’amore,
Che proprio qui mi ha causato tormento,
Più di una notte, in epoca lontana?

(trad. di Anna Maria Curci)

Heinrich Heine (il testo non era stato titolato dal poeta per sorprendere il lettore).

La lirica tratta il tema del Doppelgänger ossia, secondo il dizionario, del sosia, del doppio. 

da Wikipedia:  Doppelgänger, letteralmente “doppio viandante”, assimilabile a “bilocato”, è un termine mutuato dal tedesco, composto da doppel, “doppio”, e Gänger, “che va”, “che passa” (da gehen, “andare”). Si riferisce a un qualsiasi doppio o sosia di una persona, più comunemente in relazione al cosiddetto gemello maligno o alla bilocazione. […]

Altra traduzione italiana

IL SOSIA

La notte è calma, deserte riposano le viuzze,
In questa casa abitava un tempo il mio tesoro;
Da tanto ella ha lasciato la città,
Ma la casa è sempre allo stesso posto.

Un uomo c’è ora lì e guarda in alto;
E si torce le mani per il gran dolore;
lo fremo allorché lo vedo in volto –
Perché la luna mi mostra ì miei propri tratti.

Tu, mio sosia! Tu pallido compagno
Perché ti fai beffa del mio tormento d’amore,
Che mi ha torturato in questo stesso posto,
Per tante notti, in tempi antichi?

Franz SchubertSchwanengesang, D. 957 – Ciclo di 14 Lieder per voce e pianoforte

da l’Orchestra virtuale del Flaminio, testo tratto dal programma di sala del Concerto dell’Accademia di Santa Cecilia, Roma, Auditorium Parco della Musica, 7 maggio 2010

Per approfondire: 

l’Orchestra virtuale del Flaminio

Libro II, 13  Der Doppelganger: Still ist die Nacht – Sehr langsam (si minore)
Testo: Heinrich Heine         Organico: voce, pianoforte
Composizione: agosto 1828   Edizione: Haslinger, Vienna, 1829

“Guida all’ascolto 1

Nel gennaio 1828 Schubert ascolta per la prima volta, a casa dell’amico Schober, una lettura dei Reisebilder di Heine, che, pubblicati nel 1826, sono introdotti dalle poesie del ciclo Die Heimkehr. L’aneddoto di lui che si porta a casa il libro e poi se lo tiene è una costante nelle biografie dei compositori di Lieder. […] Ma qui il compositore è Schubert, che apre il suo ultimo libro di poesie, e il poeta è il suo coetaneo Heine, che non può mancare di entusiasmare colui che ha riscritto in musica la storia della nuova poesia tedesca da Klopstock in poi.

I Lieder, composti di getto, vengono eseguiti nella solita cerchia amicale e “piacciono molto”, ma purtroppo resta inesaudita la richiesta di Schubert all’editore Probst di pubblicare il piccolo gruppo. […] la volontà del compositore era di pubblicare i sei Lieder come raccolta (non ciclo) a sé stante di Heine-Lieder […]  Nulla a che vedere con il ciclo a cui ormai siamo affezionati, lo Schwanengesang (Canto del cigno), che nella sua commistione di poeti (Rellstab e Heine) e stili non ha però l’imprimatur del compositore. […]  Questo ciclo così com’è, lo ricordiamo, sarà pubblicato postumo da Haslinger nell’aprile 1829, e da allora ha comunque, in quanto tale, emozionato milioni di ascoltatori. […]

Non ci sorprende che, dopo tanti traumi, il poeta reagisca con uno sdoppiamento: il Doppelgänger fa qui il suo ingresso nella grande poesia. Lo ritroveremo ben presto, ammesso che sia lui, come Jekyll o Hyde o Dorian Gray. Ma in musica rimarrà per sempre in cura sul lettino di Schubert, in preda a ossessioni e fors’anche a mania religiosa, visto che il tema ostinato del basso pianistico è preso in prestito dall’Agnus Dei della Messa in mi bemolle, pressoché contemporanea. Sorretto da quell’idea fissa, il memorabile crescendo delle frasi del canto è come uno sfogo sotto ipnosi: «al verso “meine eigne Gestalt” (le mie stesse sembianze) il compositore contempla la sua stessa persona con un senso baudelaireano di repulsione che va persino oltre Heine» (Eric Sams). Poi sulla scena di questo monologo (la stessa città del Lied precedente) torna l’oscurità della notte e dei peccati del mondo.

Erik Battaglia” (per leggere il testo completo cfr. l’Orchestra virtuale del Flaminio).

***

Testo originale tedesco

DER DOPPELGÄNGER

Still ist die Nacht, es ruhen die Gassen,
In diesem Hause wohnte mein Schatz;
Sie hat schon längst die Stadt verlassen,
Doch steht noch das Haus auf demselben Platz.

Da steht auch ein Mensch und starrt in die Höhe
Und ringt die Hände vor Schmerzensgewalt;
Mir graust es, wenn ich sein Antlitz sehe –
Der Mond zeigt mir meine eigne Gestalt.

Du Doppelgänger, du bleicher Geselle!
Was äffst du nach mein Liebesleid,
Das mich gequält auf dieser Stelle
So manche Nacht, in alter Zeit?

***

English translation

The night is quiet, the streets are calm,
In this house my beloved once lived:
She has long since left the town,
But the house still stands, here in the same place.

A man stands there also and looks to the sky,
And wrings his hands, overwhelmed by pain:
Upon seeing his face, I am terrified–
The moon shows me my own form!

O you Doppelgänger! you pale comrade!
Why do you ape the pain of my love
Which tormented me upon this spot
So many a night, so long ago?

(from en.wikipedia)

***

Versione per voce di basso di Hans Hotter (1909 – 2003) con l’accompagnamento pianistico di Gerald Moore.

Per le altre versioni  musicali e per approfondire: Mozart2006 “Interpretare il Lied – Der Doppelgänger di Franz Schubert”

***

Il Doppelgänger: Un racconto

EDGAR ALLAN POEWilliam Wilson 

Che dir di ciò? che dir della COSCIENZA austera,
Spettro sulla mia strada?
(Chamberlaine, Pharronida)
Lasciate che io mi chiami, pel momento, William Wilson. La pagina che mi s’apre bianca dinanzi non dev’essere insudiciata dal mio vero nome il quale è stato troppo spesso oggetto di spregio, d’orrore e d’abbominio per la mia famiglia. Non ne hanno forse divulgata l’incomparabile infamia i venti sdegnati, fin nelle più remote contrade del mondo? Ahimè, il più abbandonato fra tutti i proscritti! […]
Fra le massicce pareti di questo venerando istituto, io passai, senza che potessi, nondimeno, provare alcuna noia e alcun disagio, gli anni che occuparono il terzo lustro della mia vita. La mente dei fanciulli, feconda d’immaginazione, non ha bisogno degli incidenti esteriori per occuparsi e divertirsi, e la sinistra monotonia della scuola fu popolata, per me, di più intensi eccitamenti che non quelli richiesti, in seguito, dalla mia giovinezza alla voluttà, e dalla mia virilità al delitto. E tuttavia sono portato a credere che la mia intelligenza si sviluppò, in principio, in modo tutt’affatto anormale e sregolato. Una volta ch’egli è pervenuto alla maturità, gli avvenimenti dell’infanzia non lasciano solitamente, nell’uomo, un’impressione ben conformata. Ogni cosa s’ingrigia simile a un’ombra e gli intrighi confusi di tenui piaceri e fantasiose angosce s’annebulano in un vago e irregolare ricordo. Occorre che io abbia inteso, nella mia infanzia, con l’energia dell’uomo adulto, tutto quel che trovo ancora segnato nella mia memoria a tinte vive, profonde e durature, com’è l’esergo delle monete cartaginesi.
E nondimeno, per quel che era il fatto in sé e per sé – dal punto di vista, almeno, dal quale la gente giudica d’usato simili accidenti – v’era assai poco da serbarne memoria. La sveglia al mattino, l’ordine d’andare a coricarsi la sera, le lezioni, le rappresentazioni, i brevi periodi di vacanza, le passeggiate, le contese durante la ricreazione nella corte, i giuochi, gli intrighi e i complotti, tutte queste cose, insomma, per lo smagamento dell’anima, disperso di poi, portavano seco una folla di sensazioni, un universo ricco e variegato d’avventure e delle più svariate emozioni, come pure degli eccitamenti più ebbri e passionati. «Oh, le bon temps, que ce siècle de fer!».
La mia focosa, altera, entusiasta natura non tardò, per la verità, a farmi eccellere tra i miei compagni, e mi diede, man mano, un notevole ascendente su coloro almeno che non erano più grandi di me: su tutti, tranne uno. Era costui un allievo che, senz’essermi tuttavia legato da alcuna parentela più o meno lontana, portava oltre il mio nome di battesimo, anche il mio stesso nome di famiglia. Tale circostanza, per la verità, non deve meravigliare troppo, dal momento che il mio, nonostante la nobile origine, era uno di quel nomi del tutto comuni che, per una sorta di prescrizione, sembrano essere stati, fin dai tempi dei tempi, di dominio pubblico. Ho così assunto, nell’odierno racconto, il nome di William Wilson, il quale è nome fittizio ma non per questo troppo discosto dal vero. Tra coloro i quali, per usare un’espressione della scuola, facevano parte della nostra classe, il mio omonimo soltanto osava gareggiar meco negli studi come anche nei giuochi e nelle competizioni delle ore di svago. Egli era il solo che si rifiutasse di credere alle mie asserzioni con quell’assoluta cecità con cui gli altri solevano, che non soffrisse di sottomettersi alla mia volontà, che contrastasse, insomma, in tutti i possibili modi e casi, alla mia dittatura. E notate che non v’è sulla terra dispotismo assoluto quanto quello d’un fanciullo di genio sui suoi compagni di più modeste risorse.
La ribellione di Wilson era fonte, per me, di grave imbarazzo: soprattutto per la ragione che – nonostante la millanteria con la quale lo trattavo in pubblico, a motivo di tutte le sue pretese – sentivo, nel fondo, di temerlo e, d’altra parte, non potevo impedirmi di considerare come una dimostrazione di superiorità – dal momento che ero costretto a uno sforzo continuato per evitarne la supremazia – proprio quello stato di eguaglianza ch’egli si studiava di mantenere nei miei riguardi. Questa superiorità, o comunque emulazione, non era avvertita che da me soltanto, e per una inspiegabile cecità, sembrava che i nostri compagni non ne serbassero il più lontano sospetto. E difatto la sua resistenza, la sua rivalità e il suo malizioso e impertinente attraversarmi ogni disegno, non andavano oltre i limiti d’una intenzione strettamente personale. Egli sembrava del tutto esente dall’ambizione che mi spingeva a dominare, come anche dalla passione vivificatrice che me ne dava la forza: nell’esercizio di tale rivalità, si sarebbe potuto dire che egli agisse da null’altro sospinto che da un energico sprone a contraddirmi, a sbalordirmi e a mortificarmi, quantunque io non potessi far di meno che accorgermi, alle volte – non senza stupirmene e adirarmene insieme – ch’egli accompagnava i suoi oltraggi, le sue impertinenze, le sue contraddizioni con una cert’aria di affettuosità affatto inopportuna.
È probabile che tale ultimo tratto del comportamento di Wilson, come pure la nostra omonimia e l’essere entrati nel collegio lo stesso giorno, contribuissero a far credere, al nostri condiscepoli delle classi superiori, che noi fossimo fratelli. Costoro, infatti, non erano usi d’informarsi, con esattezza, di ciò che riguardava i più giovani. Ho già detto che Wilson non era in alcun modo imparentato con la mia famiglia. Pure, non v’è dubbio che, ove fossimo stati fratelli, saremmo stati gemelli dal momento che, secondo appresi casualmente quando lasciai l’istituto del dottor Bransby, il mio omonimo era nato anch’egli – né questa coincidenza mancherà d’impressionare! – il 19 gennaio 1813, e cioè nel medesimo giorno in cui ero nato io.
Potrà sembrare curioso che, nonostante la continua apprensione nella quale vivevo a causa della sua rivalità e del suo insoffribile spirito di contraddizione, io non fossi portato, in definitiva, a detestarlo del tutto. […]
Così mi parve che fosse, ma così non era. Era Wilson, era il mio nemico che mi stava ritto davanti, mentre agonizzava. Egli aveva buttato il suo mantello ed ecco, io vidi che non v’era un solo filo nella trama del suo abito, non un sol tratto dei suoi lineamenti tanto caratteristici e originali che non fosse, nel modo più assoluto, mio! […]
Per leggere il racconto completo E. A. Poe “William Wilson” 
***
DUE FILM:
  •  Lo studente di Praga (Der Student von Prag, 1913), film muto, regia Stellan Rye, con Paul Wegener. Per amore di una ricca contessa lo studente Balduin vende la sua immagine riflessa in uno specchio a un mefistofelico personaggio, il Dottor Scapinelli. Ormai ricco, però, Balduin è perseguitato dal suo doppio, finché esasperato, sparando alla sua immagine, ucciderà il suo doppio ma anche se stesso.
  • La donna che visse due volte (Vertigo, 1958) di Alfred Hitchcock, con James Stewart e Kim Novak.    
Dimessosi dalla polizia a causa delle vertigini, John Ferguson accetta di sorvegliare la moglie di un amico del college, Madeleine, ossessionata dalla bisnonna materna Carlotta Valdés, morta suicida alla sua stessa età, con la quale si identifica. John se ne innamora perdutamente, ricambiato, finché Madeleine si butta da un campanile. Tempo dopo John incontra la sua sosia,  Judy Barton, commessa di negozio, che corteggia spingendola a vestirsi, a truccarsi e pettinarsi come Madeleine. […]
Tratto dal romanzo D’entre les morts (1954) di Pierre Boileau e Thomas Narcejac. Colonna musicale di Bernard Herrmann. Restaurato nel 1997.

La donna che visse due volte (Vertigo)

***

Il Doppelgänger:…e un fumetto,  DYLAN DOG, L’inquilino del terzo piano

Dal sito Sergio Bonelli Editore“GIGANTE DYLAN DOG N°2 (annuale  01/01/1994) Soggetto e sceneggiatura: Tiziano Sclavi Disegni: Giampiero Casertano Copertina: Angelo Stano
Il povero signor Kaminski era ovviamente affetto da paranoia. Sosteneva che i suoi vicini di casa lo tormentassero con mille astuzie, che volessero farlo impazzire… E forse aveva ragione! Cosa vive tra le vecchie pareti di quel palazzo? Forse la peggiore maledizione, quella che ci condanna a guardare noi stessi dentro uno specchio penetrante, ad affrontare la nostra immagine, il nostro doppio.” (Sergio Bonelli Editore)

© “L’inquilino del terzo piano”, Dylan Dog, Gigante 2, 1994

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