“Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi”…per Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 8 agosto 1967-Cassacco, 1 ottobre 2017)

Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

Tra il piacere e quel che resta del piacere
il mio corpo sta come un posto dove si piange
perché non c’è nessuno.

Un giorno settembre era limpido e ventoso
il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

Pierluigi Cappello

da Mandate a dire all’imperatore, Crocetti Editore, 2010

***

Elementare

E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.

Pierluigi Cappello da Azzurro elementare, Rizzoli, 2o14

***

Nuvole

(Non sono solo nuvole le nuvole
che nuvola piú nuvola piú nuvola
fanno disfanno nel cielo figure
di maghi di draghi o serpi o sirene
ma sillaba piú sillaba con cura
staccano voci musiche serene
queste che fra parentesi ho posate
sulla prora di nuvole d’estate)

Pierluigi Cappello da Azzurro elementare, Rizzoli, 2o14

***

Sera

Le nove, la sera, e un poco il nero che ti sporca le mani
è tutta la terra passata di qui
a che ora le api vanno a dormire, pensi, ti chiedi,
premi il cavo del palmo sull’orlo del ginocchio
nel dirti senti come sono nuove le foglie
da quale maniera di essere solo sono volate
adesso guardi le cose come sono venute
come si sono fissate, quando nella tua persona
e appena pieghi la testa nel vuoto,
nella domanda a che ora le api vanno a dormire
quando sono passati il sapore di terra e le nuvole
davanti ai miei anni, insieme.

Pierluigi Cappello da Assetto di volo, Crocetti Editore Poesie 1992-2005 a c. di Anna De Simone, Crocetti Editore, 2006

***

da Lo stupore infantile nella poesia di Pierluigi Cappello 
(P. Cappello, Azzurro elementare, Rizzoli, 2014)

di Marco Tabellione in «Il Segnale», n. 100, Anno XXXIV, ottobre 2014

«Una poesia attraente, esteticamente coinvolgente perché vera da un punto di vista esistenziale, ma capace anche di offrire soluzioni stilistiche nuove alla lirica contemporanea italiana. […] In effetti i versi di Cappello risultano accattivanti, densi, ricchi di immagini, di omofonie e addensamenti semantici, paradossi del linguaggio che danno vita ad epifanie sulla vita, svelamenti dei sensi più riposti, delle scoperte che il lettore fa sue […]. A guardare dall’alto tutte le poesie, e ognuna si presenta come una sorta di gioiello da godere in letture intense e rivelatrici, sembra di trovarsi di fronte ad un movimento particolare, una specie di parabola evolutiva. Cappello inizia da se stesso, dalle proprie visioni, dalle proprie sensazioni, poi sembra rivolgersi all’esterno […], infine ritorna sull’uomo, su se stesso, ma il se stesso visto attraverso le figure degli altri, del loro dire, dei loro tentativi esistenziali […]

Va detto che l’evidente ammiccamento al genere delle filastrocche, […] e che rimanda ancora una volta allo stupore infantile, tradendo un bisogno di elementarità e semplicità, bene evidenziato dalla lirica Elementare […]. Elementarità, ma dovremmo dire ingenuità, l’ingenuità del bambino o di chi vorrebbe che delle cose si potesse dire: «ecco stanno così, sono così» cioè «questa è la terra, il blu che vedi è il mare» […] 

***

Dall’ articolo di Cristina Taglietti tratto da «la Lettura» #147 del 14 settembre 2014, per leggere tutta l’intervista all’autore del 2014.

Pierluigi Cappello: «[…] La poesia ha un aspetto creativo, la folgorazione, l’appunto veloce, l’idea fulminea. Poi tutto questo viene cucito con un lavoro meticoloso, preciso quanto può esserlo quello dell’orafo o di chi, appunto, per rilassarsi, fa aeromodellismo. Mi piace il tratto nitido, quando la trasparenza porta con sé l’enigma. In quei piccoli aerei ci sono molti particolari, costruiti o dipinti, che conosco soltanto io, che agli altri sfuggono. Lo stesso succede con la scrittura».

***

Morto Pierluigi Cappello. La poesia per «riparare» la vita 

di Roberto Galaverni per http://www.corriere.it

«La parte soleggiata di noi stessi», così Pierluigi Cappello, diceva in un suo verso. A cosa stava pensando? A qualcosa, credo, che riposa dentro di noi, una specie di anima comune, profonda, gentile, delicata, eppure, ferma, sicura, inalienabile. Qualcosa come una possibilità prima e ultima di accordarsi con se stessi e col mondo creato; qualcosa capace ancora di felicità e di giustizia, malgrado tutto, contro tutto. Se si guarda di scorcio la vicenda poetica di Cappello, non si potrà non riconoscere come proprio la ricerca e la preservazione di questo luogo interiore abbia costituito la sua motivazione fondamentale e, insieme, il fine stesso delle sue parole» […]

***

Locandina di “Parole povere”, documentario di Francesca Archibugi, con Pierluigi Cappello (2013)

Pierluigi Cappello legge due sue poesie (video):

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